Il coltello
sardo

Storia del coltello
e della lama in
Sardegna

In Sardegna il ritrovamento di bronzetti nuragici rappresentanti figure di guerrieri con pugnali sta a significare che la costruzione di armi da taglio ha origine antichissime. Le prime armi da taglio erano realizzate utilizzando le ossa di animali e la selce. In seguito venne utilizzata l’ossidiana del Monte Arci, questo materiale fu commercializzato e utilizzato in tutto il Mediterraneo sin dal neolitico. Con l’attività estrattiva nacquero le prime fornaci nuragiche che con l’utilizzo di stampi realizzarono le prime armi da taglio, da lavoro e da ornamento in bronzo, anch’esse diffuse in tutto il Mediterraneo. Romani, Fenici, Punici e in seguito intorno al 1130-1140 i Templari di ritorno dalle Crociate in Oriente importarono nuove tecniche e la realizzazione di armi da taglio divenne ancor più specializzata.

La “Leppa de chintu” è stata l’arma più diffusa in Sardegna fino alla fine dell’Ottocento. Era una sorta di sciabola senza guardia che misurava 50/60 cm e veniva portata sulla cintola e da quì il suo nome. Spesso veniva utilizzata per il regolamento di questioni personali. Durante la Prima Guerra Mondiale le truppe della Brigata Sassari la usarono nei combattimenti corpo a corpo. “Sarà battaglia devastante, tre giorni di scontri con frequenti mischie all’arma bianca e in queste lotte a colpi di baionetta e leppa, il coltello a lama lunga – i pastori contadini hanno la loro terribilità” da -Il Cavaliere dei rossomori – di Giuseppe Fiori.

Durante i governi coloniali spagnoli e piemontesi si imposero delle pesanti limitazioni alla produzione e all’uso di coltelli a lama fissa. Nel 1871, in tutto il territorio nazionale venne emanata una legge che vietava il porto di coltelli con lama superiore a dieci centimetri che avessero sistemi di bloccaggio. Col decreto Giolitti del 1908 si cercò di limitare il porto di coltelli con lama non più lunga di quattro centimetri in seguito portato a sei. Fu in questo contesto storico che i fabbri (sos frailarzos) ebbero l’idea di imperniare la lama nel manico in modo da utilizzarlo come una sorta di astuccio per una più facilità occultabilità e trasportabilità del coltello.

Nasce così un coltello che a seconda della zona geografica della Sardegna prende il nome di resolza nel nord, lesorja nel nuorese, arresoja nel sud dell’isola. Questo coltello ebbe una rapida diffusione in quanto divenne uno strumento indispensabile per le impellenze quotidiane di pastori , contadini e minatori e per questo motivo l’antropologo Bachisio Bandinu lo definì il “prolungamento della mano”.

Anche i minatori durante le pause pranzo si dilettavano nella costruzione del loro coltello che utilizzavano, non solo come strumento da taglio, ma anche come posata per portare il cibo alla bocca. Inoltre divenne un simbolo di virilità, un amico che infondeva sicurezza e di cui ci si poteva fidare.

In vari centri della Sardegna, i fabbri, nelle loro botteghe oltre alla realizzazione di arnesi da lavoro (forbici per tosare, roncole, vanghe, ferrature dei cavalli e buoi), si specializzarono, grazie anche alla forte domanda, nella forgiatura di lame, affermando alcune tipologie che ben presto diventarono tradizione.

L’arte del fabbro e del coltellinaio era una arte che si tramandava da padre a figlio.

Tipologie di
coltello sardo

A seconda della zona di origine e delle caratteristiche, il coltello
sardo si può suddividere in due tipologie.

Coltello monolitico

Il coltello monolitico con manico realizzato da un monoblocco che viene tagliato per l’alloggiamento della lama come nell’antichissima còrrina, nell’arburesa e nella guspinesa.

Coltello animato

Il coltello animato ha il manico ferrato come nella pattadesa. La còrrina, coltello a lama fissa (quello di prima generazione) piuttosto rustico e semplice. La lama cosiddetta a foglia di ulivo veniva semplicemente imperniata in un corno di capra o di montone senza l’ausilio di anello alla sua attaccatura. Questo coltello, per la sua semplicità costruttiva, veniva spesso realizzato dal pastore stesso. L’arburesa, coltello a serramanico con lama forgiata a forma di “foglia larga”, si può definire panciuta.La guspinesa è un coltello a serramanico presente in due modelli: il primo ha una lama leggermente panciuta e un manico piuttosto ricurvo; il secondo modello, detto a spatola, è caratterizzato dalla lama tronca .Risale al 1908 quando, in seguito all’emanazione della legge Giolitti, fu vietato di portare “senza giustificato motivo” coltelli appuntiti. Nella pattadesa, l’impugnatura è realizzata da due placchette di corno di montone che vengono giustapposte tra un archetto in ferro mediante ribattini e lama imperniata da un perno su un anello di ottone.

Le parti del coltello

Il coltello sardo si compone di tre parti essenziali:

  • 1

    la lama, in acciaio temperato, al carbonio o inossidabile.

  • 2

    il collarino, in ottone, alpaca o metalli preziosi, oro o argento, spesso finemente lavorati.

  • 3

    il manico, in corno di montone, o corno di muflone.

Fasi della creazione
di un coltello

  • 1

    Si inizia con il taglio del corno, che va scaldato al fuoco e pressato per creare due guancette.

  • 2

    Segue la forgiatura della lama, la modellazione per asportazione, e l’innesto sul manico.

  • 3

    Si termina con l’anello, in ottone, lavorato e inciso a mano, bloccato sul manico da un perno.

I materiali del
coltello sardo

La lavorazione del coltello artigiano prevede l’impiego di diversi materiali.

L’acciaio viene utilizzato per la realizzazione della lama e dell’archetto (solo nel caso di coltelli con manico animato). esso può essere di tre tipologie:
− Al carbonio;
− Inossidabile: con l’aggiunta di manganese, silicio, cromo, nichel, molibdeno, tungsteno, vanadio;
− Damasco: con leghe ottenute dall’assemblaggio a caldo di acciai con diverso contenuto di carbonio e di altri elementi (in particolare ferro e nichel).

Il corno è di diverse specie animali (principalmente montone, muflone, cervo), e viene utilizzato per la realizzazione del manico.

Ottone, alpacca, argento e oro possono essere utilizzati per la realizzazione dell’anello, dei ribattini (chiodini utilizzati per l’assemblaggio del manico di coltelli animati), del perno o per intarsi sul manico.